Bio

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Gian Enrico Barbagli già a vent’anni vive a Londra a contatto con la grande rivoluzione post punk della new wave musicale e artistica di Neville Brody e della Factory.

Di giorno lavora da Harrods e di notte espone nei creativi e vivacissimi quartieri londinesi. Disegna fumetti, progetta scenografie teatrali, crea spot per la tv, scrive testi per la pubblicità, crea immagini per la comunicazione di grandi aziende pubbliche e private.
Oggi si occupa prevalentemente di dinamiche evolutive dei prodotti come simboli e necessità, studia e sviluppa analisi e processi di inserimento e accoglienza dei brand nei mercati BtoB e BtoC. Aggiorna costantemente il suo livello di competenza in ambito semiotico che il dottorato in Sociologia con Carlo Bo gli ha conferito. CEO di BOX21 crea e sviluppa sistemi di comunicazione integrata tra traditional media e unconventional media come creative director. Partecipa come relatore a seminari su temi legati alla comunicazione nei social network e alle dinamiche di aggregazione, creazione e condivisione degli User Generated Contents. È autore di un blog sul mondo del calcio e la sua tesi di laurea “Il cibo come mezzo di comunicazione” è stata ispiratrice e guida per importanti manifestazioni in ambito di tutela e promozione del patrimonio eno-gastronomico italiano.

Le sue opere sono a Londra, Parigi, Roma, Hong Kong, Milano, Imperia, Bari oltre che in numerosi altri spazi della provincia italiana dove vive.

La sua arte

Gian Enrico Barbagli dipinge il suo background culturale e lo fa con una tecnica fatta di spatole, acrilici e un solo pennello. Protagonisti delle sue tele, sempre molto grandi dal metro per metro ai due metri per tre, sono i dettagli, gli sguardi, i gesti ora di eroi del fumetto, ora di strane astronavi, di pugili, di musicisti. Tutti con il proprio destino alle spalle, dentro ruoli che altri hanno scelto per loro, bisognosi di uscire da quegli schemi impersonali e logoranti, ma allo stesso tempo consapevoli dell’impossibilità di cambiare la loro immane solitudine.

G. A.

I colori forti, caldi, radiosi che sempre illuminano le sue tele, riaccendono una speranza nel cuore dei protagonisti, eroi omerici in continua ricerca di una patria che forse un giorno  ritroveranno. Ma non sarà più come loro l’hanno lasciata.

S. T.

Così Luca Sartini presenta l’arte di Gian Enrico Barbagli:

Gian Enrico Barbagli, artista dalle molteplici facce, vive e opera a Sansepolcro, vicino ad Arezzo in Toscana: l’amore per le sfide e per il Nuovo lo hanno portato presto a Londra per contaminarsi/confrontarsi con la vivacità dell’Arte internazionale. Londra come porta da aprire per conoscere la musica che si rinnova, la comunicazione avanzata, i cambiamenti sociali. Londra come ponte verso l’America del Pop e cuore d’Europa. Londra come indipendenza personale. Così la sua vita d’artista e di uomo, ricca di stimoli e di frammenti di discorsi da completare, è nata sotto la spinta della curiosità artistica, personale e culturale. E della visionarietà che fa della bellezza una missione e una necessità. In parallelo nel corso degli anni, è diventato CEO di BOX21 (BoxTwentyOne) che lavora sull’immagine, la comunicazione, gli eventi e non solo, di grandi marchi. Le sue opere, sempre esposte in mostre e durante performance, si trovano in giro per il mondo (da Parigi a Hong Kong, da Londra a Milano, etc.) presso innamorati e collezionisti.

(Frida Kahlo: “Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà”)

Critica. Gli anni del Boom, della serialità e del cambiamento di stile di vita per molti, sono diventati leggendari. Come la Pop Art che ne sintetizzò la portata. Tanto più la nostra vita si è riempita di oggetti e di status symbol, tanto più l’arte ne ha scavato la profondità nel modo di condizionarci, cambiandoci i gusti e i sapori. L’universalità della Superficie con immagini totemiche dalle conseguenze pratiche. La poetica luminosa del conosciutissimo omino Brill che una volta dominava piazza del Duomo a Milano e i silenzi dei sognatori. La meccanizzazione (o americanizzazione) odorosa del successo.

Così il mio primo impatto nella visione dei lavori neo Pop di Gian Enrico Barbagli è stato quello di subirne “muscolarmente” l’energia cromatica e lo stile. Prima che ragionarci sopra. I suoi accostamenti, gli “scatti d’umore”, gli strappi di fantasia e d’immagine o le fughe dalla prigione, fosse anche solo quella dei limiti di una tela o di una tecnica, sono urgenze dichiarate che il talento dell’artista toscano usa per raccontarsi e per narrare il Presente in piena luce. Per poi essere subito dopo colpiti dai pugni, dalle ombre interiori dei suoi contrasti, senza esclusione di visioni. Uno smentirsi dolcemente. La storica Pop Art rivisitata e riallestita, il ritmo crescente dei colori, l’acrilico nitido, la Street Art, le spatolate materiche, Rotella on my mind, la pubblicità, gli spot, il Cinema, il messaggio di composizione a strati, ci parlano dei suoi amori, della sua Cultura occidentale e di una ricerca/avventura, libera e personale, attraverso i miti moderni e le scoperte, visive e tecnologiche. Che però non bastano a spiegare.

L’armonia imposta dal suo colorare liberatorio che cerca stimoli e significati e le apparizioni feroci per stanare il Tempo e la morte, non sono che un mezzo, forse un pretesto, per andare alla ricerca di un’identificazione finale (o totale), di un contrasto assoluto o di un’opulenza che ci faccia palesare la ricchezza psichica dell’autore, il suo vagare tra i Simboli, il narcisismo comune e l’approccio alla vita. Perché non sono opere facili o solo frutto dell’esteriorità. Sono pulsioni di immagini, colori netti, sporcature ritmiche, muscolarità pittoriche, tensioni elettriche, collages e amore per il gesto nel farsi della pittura, che fluiscono senza freni.

Occhi e sguardi sul mondo, sempre più liquido e veloce che ci rituffano nel primitivo. La descrizione immaginifica legata alle icone dell’infanzia, agli eroi della stessa, non ci deve ingannare. Noi siamo gli eroi, noi siamo i bambini, noi siamo i fumetti invecchiati, solo noi sappiamo, se abbiamo vinto o perso l’identità. C’è il bisogno allora di un riconoscimento, simbolico o mitologico, che faccia scudo alla realtà e alle nostre paure. Perché potremmo essere tutti uguali e fuori produzione. Abbiamo bisogno di Arte segnica che faccia cadere i sogni su questa terra e che riempia il vuoto interiore e allontani la bruttezza e la mancanza di qualità. Perché siamo in un Boom psichico e digitale. Abbiamo bisogno di asciuttezza e di nuove speranze… La solitudine, senza diventare oppressiva, fa capolino tra i colori di Barbagli come la gioia purissima e il cielo, perché siamo nel regno della Poesia. E allora queste opere sono omaggi, fumetti, nostalgie, spezzoni di film, fantasmi, ipotesi o affreschi di vita? Penso più quest’ultimi, che tra l’altro non sarebbero dispiaciuti neanche al Giorgione (che sia Chinaglia o da Castelfranco, alla fine vale lo stesso). In questo, il Pop è sacro.

Luca Sartini